
Figli più poveri dei loro genitori
Anche in Italia, come negli altri paesi industrializzati e ad alto tenore di vita, la globalizzazione dell’economia ha finito col ridurre i profitti delle imprese e la ricchezza disponibile, con evidenti ricadute sulle condizioni di vita dei cittadini, oggi un po’ più poveri di ieri. La politica nazionale ha cercato via via di rimediare alla crisi accrescendo l’indebitamento, fino a quando due anni fa i mercati internazionali, temendo il mancato rimborso dei titoli acquistati, hanno compensato il rischio con tassi così elevati che il nostro bilancio non avrebbe potuto sostenere a lungo. È storia che conosciamo. Ma il controllo della spesa pubblica e i bilanci in ordine – e ormai conosciamo anche questo – non promuovono la crescita e aggravano la recessione. Piuttosto è opinione condivisa che la ripresa sia sempre più legata non all’aumento del debito e delle tasse, ma alla creazione nel paese di condizioni che rendano vantaggioso l’investimento di nuovi capitali privati, nazionali ed esteri: l’unico modo per far crescere insieme la produzione di ricchezza e i posti di lavoro. Ma basterà la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, o sarà necessaria anche una riduzione della spesa pubblica? O non sarà invece più giusto, prima di toccare la spesa sociale, eliminare gli sprechi, l’evasione fiscale, la corruzione e la tanta zavorra che appesantisce la nostra economia? Chiamiamola per nome questa zavorra: rapporto debito/Pil insostenibile, pressione fiscale eccessiva per le imprese, criminalità organizzata sempre più potente e sistema giudiziario inefficiente, evasione fiscale studiata a tavolino; e poi ci sono i costi, le inefficienze, e talvolta anche la corruzione, della politica e della macchina burocratica. La crescita economica è indispensabile. Senza di essa a nulla servirebbe ridurre il deficit e il debito complessivo, perché la disoccupazione continuerebbe ad aumentare. Ma per una crescita economica compatibile con il rigore ci vorrebbe ora una classe politica coraggiosa e onesta, che non abbia paura di perdere, almeno sul breve periodo, il consenso degli elettori: una classe politica che non pensi di stimolare la ripresa economica indebitandosi ancora, e che sappia dire chiaramente che non è più possibile, a noi padri, vivere oggi a credito, lasciando ai nostri figli la necessità di dover vivere, loro, a debito nei prossimi anni. Tutti i cittadini rifiutano l’inevitabile riduzione del tenore di vita, ma è giunto il momento di dirci chi, in questo periodo di lunga crisi, debba fare i sacrifici maggiori. Pensioni d’oro, boiari di Stato, amministratori delegati, alti burocrati, evasori di diversa provenienza, esibizionisti del lusso… E se i tagli della spesa pubblica e le riduzioni degli sprechi iniziassero da queste categorie? Sarebbe l’ennesimo risentimento verso i ricchi, o piuttosto lo sforzo per ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, del progetto per un futuro condiviso tra le diverse generazioni e le diverse classi sociali? Più che governissimi, occorre una grande riconciliazione sociale, se non vogliamo avere figli più poveri dei loro genitori.
© Gazzetta di Foligno – ANTONIO NIZZI