ortenzia marconi

Il questionario del Papa sulla famiglia, le risposte della nostra diocesi. Intervista con la prof.ssa Ortenzia Marconi

Nel 1980 per la prima volta la famiglia venne posta al centro dell’attenzione del Sinodo dei Vescovi. Ne scaturì l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio. Ora, per volontà di Papa Francesco, la famiglia torna ad essere discussa dalla III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre. Tema: Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione. Il Papa ha intanto chiesto alle Chiese particolari un contributo significativo di analisi attraverso un Questionario di ben 39 domande articolate in 9 sezioni. Per sapere come ha risposto la nostra Diocesi, ci siamo rivolti alla prof.ssa Ortenzia Marconi, responsabile dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale Familiare, che ha ricevuto dal Vescovo Gualtiero il compito di elaborare la sintesi dei contributi pervenuti sulle domande del questionario da inviare a Roma.

ortenzia marconiPrima di entrare in merito al questionario, che definizione dare della famiglia?
Oggi i mass media e i social network veicolano un’informazione per cui tutto è famiglia. Pur nel rispetto profondo delle persone e delle loro scelte, mi sembra opportuno sottolineare ciò che anche la Costituzione afferma sulla famiglia individuandola come società naturale fondata sul matrimonio, società a cui spetta il diritto dovere di istruire, cellula fondamentale della società umana. Ancora la famiglia è il luogo della risposta di un uomo e di una donna all’amore creatore di Dio, che ha scelto di rendere presente nella storia dell’uomo il suo essere Relazione Amante, affidandosi alla concretezza della relazione sponsale. Per dirla con le parole di Papa Francesco, “la famiglia rappresenta nel mondo come il riflesso di Dio, Uno e Trino.” La famiglia è, dunque, luogo sociologico e teologico.

In Diocesi come si è svolta la riflessione sul Questionario e quanti e quali contributi sono pervenuti?
Il Questionario ha avviato un processo di consultazione delle diocesi, invitandole a coinvolgere capillarmente decanati e parrocchie e quindi tutti i fedeli. Nella nostra diocesi, accanto alle riflessioni personali e spontanee (ne sono pervenute di singoli e di coppie), è stato proposto un percorso per accogliere i contributi degli uffici diocesani, dei consigli pastorali parrocchiali, dei movimenti e delle associazioni laicali, del consiglio pastorale diocesano, che ha dedicato alla riflessione l’incontro del mese di dicembre. Quanto ai contributi pervenuti, mi limito ad elencarli: ufficio catechistico, ufficio di pastorale familiare, parrocchia Maria SS. Immacolata e unità pastorale Giovanni Paolo II, Cammino neocatecumenale, Azione cattolica, Centro “Amore e Vita” e Federazione regionale dei CAV e MpV umbri, comunità Sant’Egidio, 4 coppie e un contributo singolo.

Quale domanda ha destato maggior interesse ed ha prodotto più riflessioni?
Più che di singole domande sarebbe più opportuno parlare di sezioni. Se si escludono quella dedicata alle unioni di persone dello stesso sesso (probabilmente perché siamo in difficoltà nel definire la possibile attenzione pastorale) e quella sull’educazione dei figli in seno alle situazioni matrimoniali irregolari (probabilmente perché li si pensa comunque inseriti nel quotidiano contesto parrocchiale), tutte hanno ricevuto una significativa attenzione.

Dalla relazione presentata al Consiglio Pastorale Diocesano emerge che i credenti hanno una scarsa conoscenza sia della Sacra Scrittura, sia dei documenti del Magistero, c’è la consapevolezza di dover intervenire con urgenza, per evitare che le famiglie cristiane si chiudano in solitudine, invece di scoprire il loro ruolo di testimonianza?
Accanto alla consapevolezza della scarsa conoscenza dei credenti della Sacra Scrittura e del Magistero sulla famiglia, è forte la consapevolezza che si debba intervenire con urgenza per far scoprire alle famiglie cristiane il loro essere comunità di evangelizzazione; il loro essere “piccola Chiesa” non in senso riduttivo, ma nel senso della partecipazione agli stessi compiti della Chiesa universale. Tenendo conto del limitato numero di contributi pervenuti, viene spontaneo chiedersi quanto questa consapevolezza sia diffusa, nonostante la scelta pastorale di scommettere sulla famiglia manifestata nell’assemblea diocesana del settembre scorso e che il Consiglio pastorale diocesano continua a tenere al centro dell’attenzione. Sicuramente ora come chiesa particolare abbiamo il compito di mostrare la fantasia della speranza per individuare strade che mettano al centro la famiglia come soggetto evangelizzatore.

Un confronto fra i matrimoni di ieri e quelli di oggi: per gli adulti il matrimonio era l’inizio normale dello stare insieme, per i giovani un traguardo? un punto di arrivo? ma di quale percorso?
Sempre più raramente il matrimonio è oggi percepito dai giovani come l’inizio normale dello stare insieme; in alcuni casi è ancora visto come una sorta di traguardo, tante coppie lamentano impedimenti economici che ostacolano il matrimonio. Che il matrimonio sia visto come il punto di arrivo di un percorso lo ritengo piuttosto improbabile, sono pochi i giovani che leggono il fidanzamento come un tempo di grazia per il discernimento vocazionale. È una responsabilità delle nostre comunità cristiane: ci siamo preoccupati di realizzare corsi per fidanzati come preparazione immediata e non abbiamo avuto la “fantasia” di pensare ad un accompagnamento vocazionale, come, ad esempio, accade per il sacerdozio. È vero che, quando in diocesi si è pensato ai corsi per fidanzati con un respiro più ampio, questa proposta non è stata correttamente percepita dai fidanzati, i quali fin quando non decidono la data delle nozze difficilmente sentono l’esigenza di una preparazione. E spesso più che come esigenza, lo sentono come obbligo imposto. Allo stato attuale, tenendo presente che siamo di fronte a un gran numero di battezzati che non hanno più familiarità con il Cristo e con la Chiesa dalla Cresima, si profila la necessità di percorsi di catecumenato per riscoprire il proprio battesimo e conseguentemente la dimensione vocazionale di ogni scelta.

La famiglia e l’evangelizzazione. Molte iniziative sono state fatte e si fanno. Vorrei sottolineare il “peso” quotidiano delle famiglie cristiane (e non cristiane): lo scontro continuo con la cultura dominante, i contrasti tra educazione civile e dottrina della Chiesa, l’impegno inesistente dello Stato, le difficoltà nel lavoro, la presenza di anziani, i figli… Non è urgente dare risposte concrete e insieme aiutare la famiglia a riscoprire la propria fede e la propria risposta vocazionale?
Aiutare la famiglia a riscoprire la propria fede e la propria risposta vocazionale è fondamentale, perché solo le famiglie possono testimoniare che è bello essere famiglia, che è possibile essere famiglia, che permette a ciascuno di realizzare la gioia di essere persona piuttosto che individuo. Mi sembra che verso questa direzione si stia camminando con alcune proposte quali quella delle Comunità Familiari di Evangelizzazione, a cui è collegata la Scuola di Evangelizzazione, le Equipes Notre Dame e alcune proposte parrocchiali che individuano nella famiglia il soggetto che promuove la visione integrale dell’uomo propria dell’antropologia cristiana e, conseguentemente, la riscoperta di una responsabilità personale sia nella Chiesa, sia nella società, sia nell’impegno politico.

In Diocesi è in corso una riflessione pastorale circa situazioni difficili: convivenze, separazioni, divorzi, unioni di persone dello stesso sesso… Quali sono gli indirizzi che si intende seguire? Come può essere affrontata, nella dimensione pastorale, la sofferenza dovuta a situazioni irregolari?
Se parliamo di indirizzi pastorali, questi non possono che essere improntati alla misericordia. Come ci insegna Papa Francesco, non ci deve guidare il giudicare, ma l’accoglienza, il camminare con loro, evitando di fare “una casistica con la loro situazione”. Dovremmo modificare anche il nostro linguaggio. Generalmente si parla di situazioni irregolari. Quando parliamo di separati, divorziati, coppie in seconda unione, dovremmo pensare a loro come persone, come coppie “che avvertono la nostalgia della piena comunione ecclesiale”, come dice il nostro Vescovo. Se le pensiamo così, gli indirizzi da seguire sono caratterizzati dall’accoglienza, ma non solo aspettarli: andare a trovarli! Ancora, ampliare le opportunità di servizio alla Chiesa di Dio, servizio che, pur non trovando la pienezza nella comunione eucaristica, è partecipazione al mistero di Cristo. Rispetto a quest’ultimo aspetto, nelle risposte al questionario emerge la sollecitazione ad una riflessione ulteriore, che prenda in carico la sofferenza di quanti sono in un serio cammino di conversione, a volte sviluppatosi anche dopo l’esperienza di separazione o divorzio. In diocesi, nella consapevolezza che le ferite curate male da persone impreparate invece che guarire peggiorano, è stato avviato un percorso di formazione di un’équipe. Quanto alle unioni delle persone dello stesso sesso, come ha avuto occasione di dire Papa Francesco, “la Chiesa ha una dottrina chiara!”, e noi siamo figli della Chiesa. E sempre con Papa Francesco: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”

Come arginare i danni, prodotti alla famiglia, dal culto dell’eterna giovinezza e da una cultura individualistica, che è di ostacolo anche all’incontro della persona con Cristo?
Verrebbe da chiedersi: dove siamo stati fino ad ora noi cristiani mentre si sviluppavano questo culto e questa cultura? Ci siamo anche noi adattati tranquillamente, accettando quella che Papa Francesco ci ha insegnato a chiamare “cultura dello scarto”? Comunque al di là di questi interrogativi, ritengo che una possibile strada da percorrere sia quella della promozione di una “cultura della custodia”, del prendersi cura, del tornare ad avere orecchie per ascoltare il grido di sofferenza che, espresso o inespresso, sorge dal profondo di un’umanità abituata al piacere e incapace di essere felice. La famiglia è il luogo dove si può apprendere la cultura della custodia: “I coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori.”, come ha detto Papa Francesco. E il Papa ci ricorda anche che “ la vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. (…) è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”.

© Gazzetta di Foligno . NICOLINA RICCI

0 shares
Previous Post

Scatti di un uomo perbene

Next Post

Donne nella Chiesa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Skip to content